Accogliere, offrire un’alternativa alla detenzione in carcere; educare alla società, attivare processi che consentono di acquistare consapevolezza. Questi i principali obiettivi di Mamma Carolina, prima comunità d’accoglienza penale per minori, gestita da Cooperativa Sociale Etnos e situata nell’entroterra siciliano, in Caltanissetta.

Un progetto che nasce dalla volontà di costruire un nuovo modello di impresa, che mette al centro la persona, che possa basarsi su un’economia civile, che possa donare una seconda opportunità per ragazzi che hanno intrapreso un percorso che li ha condotto verso l’illegalità

Quattro, al momento, i ragazzi accolti all’interno e tutti sottoposti a misure in area penale.

«Perché vogliamo creare omogeneità tra i ragazzi» dice Roberta Guida, responsabile di comunità. «Se avessimo accolto anche ragazzi sottoposti a misure civili o amministrative avrebbero avuto una libertà diversa dai primi, e questo avrebbe potuto creare disagio.»

Eppure, la domanda principale è: quando vengono accolti, i ragazzi hanno coscienza di ciò che hanno fatto?

«Sì e no. Alcuni hanno consapevolezza di ciò che hanno fatto, quindi c’è un’ammissione di colpa; altri invece si difendono affermando che sono stati portati a farlo.»

Roberta racconta di uno dei ragazzi, che chiameremo Giacomo per mantenere la sua privacy, il quale, essendo al suo primo reato, ha pianto, consapevole di aver sbagliato e di aver recato dolore alla madre.

La responsabile continua asserendo: «Sebbene ci siano dei ragazzi che sono nati e cresciuti in un ambiente dove l’illegalità sembra essere normalità, alcuni si rendono conto del contrario e, dunque, agiscono per allontanarsi da quella vita.»

Tuttavia, quando presi singolarmente, i ragazzi che hanno acquistato consapevolezza del proprio errore riescono ad affidarsi a educatori e operatori per costruirsi un nuovo futuro; mentre, quando presi in gruppo, ognuno di loro teme di essere visto, di essere giudicato come debole.

Questo perché, all’interno di tali ambienti tossici, vige la concezione che più reati commetti, più diventi leader del gruppo e acquisisci rispetto, che poi rispetto non è, ma solo timore.

E allora come lavorare sui ragazzi restii a prendere consapevolezza dei propri errori?

«A mio avviso, la pena da scontare deve prevedere la rieducazione del ragazzo» risponde Roberta Guida. «Il ragazzo deve prendere visione che è parte di una società e che, dunque, va rispettata.»

Il lavoro, unico strumento possibile per la rieducazione secondo la responsabile di comunità.

Per riprendere in mano la propria vita è necessario che i ragazzi vengano inseriti all’interno di un percorso di inclusione lavorativa, anche perché, spesso e volentieri, i ragazzi non hanno idea di che cosa sanno fare.

«Parlare con loro, cercare di capire cosa desiderano dalla vita e nello stesso tempo dargli i mezzi necessari per poter permettere loro di dire “Io so fare questo”, può essere il maggior riscatto.»

In questo modo, il ragazzo impara anche che i soldi non vengono solo da attività illecite, e che si può acquistare stabilità economica, anche se con sacrificio.